Genitorialità, sì o no?

Quando si supera la soglia dei 30 anni – socialmente parlando – ti vengono fatte notare tante responsabilità che dovresti avere, tante cose che dovresti fare, specialmente se sei donna, perché si sa: l’apparato riproduttivo non funzionerà per sempre.

In più, sempre più coetanei/e iniziano a sposarsi e a figliare compulsivamente, come se fosse una sorta di gara su chi rispetta prima tutte le aspettative sociali, arrivando allo status di “sono arrivato/a“, “sono completo/a“, “sono adulto/a” (che poi in realtà non è mai così, ma tralasciamo), facendo esplodere ulteriormente la pressione su chi invece non ha fatto – e non ha in programma di fare – nessuna delle due cose.

Io mi trovo esattamente in questa situazione, tanto che ho iniziato a pensare se “è normale”, se IO “sono normale”, se c’è qualcosa di sbagliato in me, nel mio modo di vedere le cose, nella mia relazione e ponendo le stesse domande anche al mio compagno, ritrovandomi quasi a fare io stessa pressione per un qualcosa che alla fine non ho mai voluto, tanto da non averci neppure mai pensato. 
Eppure ora mi sento in dovere/in obbligo di pensarci per capire una volta per tutte cosa voglio realmente o meno, ma non è per nulla semplice, perché comunque le aspettative esterne sono alte (così come i facili giudizi di “fallimento”, perché una donna a quanto pare non è nulla se non è madre, mentre per l’uomo non è così), anche se in fondo chi mi conosce ed è più vicino a me, sa perfettamente che non ho mai sentito alcun desiderio di maternità, come sa molto bene che io ho sempre escluso tale possibilità, anche per via del mio passato e di una figura materna fortemente negativa, quindi francamente penso che si stupirebbero e non poco se io improvvisamente cambiassi prospettiva (e la cosa quasi mi tranquillizza).

Non so, mi sento tra l’incudine e il martello, ed entrambe le parti in fondo sono io, è la mia testa, divisa tra la paura di un ripensamento quando sarà oggettivamente troppo tardi (possibilità che mi viene SEMPRE sottolineata), tra i giudizi esterni, tra la sensazione di fallimento abbinata all’incapacità, tra la consapevolezza che né io, né il mio compagno siamo nati per essere genitori, perché fondamentalmente troppo egoisti e troppo chiusi nelle nostre insicurezze (anche se in modo differente). 
Anche quest’ultimo pensiero non aiuta, perché automaticamente ne comporta un altro: forse entrambi, con altri compagni più predisposti, meno egoisti, insicuri e più compatibili, avremmo altre reazioni e magari anche altri desideri, tra cui proprio quello di genitorialità?

Il punto alla fine credo che sia proprio questo: il terrore che ci stiamo limitando, castrando e quant’altro. Forse è per questo che non riesco a capire cosa voglio realmente, perché comunque non ho proprio una base che mi permetta anche solo di pensarci, ed è questo che attualmente mi sta facendo impazzire, perché mi ritrovo a fare discorsi assurdi per cercare di “capire” un qualcosa che oggettivamente non posso capire, perché non sono nelle condizioni per poterlo realmente comprendere, anzi non sono neppure nelle condizioni per pormi una tale domanda.

Discorso contorto, triste, ma tremendamente vero.
Ecco perché cercando di parlarne in due non siamo giunti da nessuna parte, perché è inutile aprire un discorso che – nello stato attuale – non ha senso in alcun modo, anche dopo ben 4 anni di convivenza, che rendono il tutto solo più complesso e confuso, visto che non abbiamo mai costruito/fatto/progettato assolutamente nulla assieme, dato che evidentemente per entrambi non ne valeva la pena ritrovandoci sempre sul filo del rasoio.

Per me almeno è stato così e probabilmente lo è tutt’ora, vista la mia incapacità ad affrontare la “questione riproduttiva” (e matrimoniale) anche solo con me stessa, per capire cosa voglio/vorrei.

Mi sento un serpente che si morde la coda, anzi, probabilmente lo siamo in due.

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