Fortuna nella Sfortuna

Oggi, in tarda mattinata, ho ricevuto due chiamate da parte di mio padre, che ovviamente ho perso perché tendo sempre a mettere lo smartphone in modalità silenziosa.
Quando le ho viste – pochi minuti dopo – ho pensato subito che fosse successo qualcosa, perché solitamente mio padre non mi chiama in mattinata e non fa due chiamate consecutive, se non in caso di urgenza.
Immediatamente il pensiero è andato a mia nonna, anche se dentro di me pensavo “..ma no, oramai sta meglio da mesi, si è ripresa, è di nuovo indipendente..“.

Quando l’ho sentito ho captato subito la voce strana, triste, che quasi immediatamente mi ha chiesto «sei seduta?», io ho fatto un sospiro profondo e ho risposto «dimmi, cos’è successo?» e si è svelato l’arcano: «…ti ho distrutto la macchina… scusa».

Immediatamente ho tirato un sospiro di sollievo, anche perché se mi stava chiamando direttamente lui voleva dire che qualsiasi cosa fosse successo, non si era fatto nulla di grave e infatti non sembra essersi rotto niente, anche se ha le conseguenze della botta presa, con dolori ovunque e semi-immobilità.

Quello che mi è dispiaciuto di più è stato sentire la profonda mortificazione e i sensi di colpa nei miei confronti, quando a me con tutta sincerità non importa proprio niente della macchina, che tra l’altro non usavo da 5 anni circa, certo avrebbe sempre potuto servirmi e ho sempre pensato che prima o poi me la sarei portata qui da me quando fossi stata in grado di mantenermela da sola, o in caso di necessità lavorativa, però pace, è solo una macchina, l’unica cosa a cui ho subito pensato e a cui riesco a pensare è che l’importante è che lui stia bene e che comunque quella piccola C2 sia riuscita a proteggerlo, pur con il muso totalmente disintegrato.

Questo pensiero mi ha accompagnata per tutta la giornata, compresa la terrificante consapevolezza che sarebbe potuto andare in un altro modo ben peggiore e questa cosa mi fa accapponare la pelle, creandomi un’ansia profonda.

E pensare che questa notte non riuscivo a prendere sonno perché ero entrata in modalità “loop”, continuando a pensare in modo ossessivo all’incidente in moto che aveva avuto mio fratello nel 2009, alla telefonata piena di agitazione per informarmi dell’accaduto, al terrore, alla corsa al pronto soccorso nell’ignoto, alla rabbia avallata dall’ansia e dal senso di impotenza, all’epopea vissuta successivamente per mesi, alla forte preoccupazione che non avrei più voluto vivere, etc.etc.
Non si può mai stare veramente tranquilli e questa idea, questa pura realtà, è scioccante, anche se consapevolmente la ignoriamo constantemente, fino a quando – a sorpresa – siamo obbligati a farci i conti.

In quella telefonata, alla fine e con un nodo alla gola, gli ho ridetto «ti voglio bene», dopo mesi che volevo farlo, bloccandomi ogni volta pensando che fosse superfluo perché oggettivamente scontato e anche un po’ fuori luogo, ma ora immersa nell’ansia e con il senno di poi, mi tormenta una domanda: e se non avessi più potuto dirglielo?
Non credo che sarei mai riuscita a farmene una ragione, no.. mai.

..angoscia profonda e altrettanto profondo sospiro di sollievo.

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