Hospice

Non sapevo cosa fosse fino a pochi giorni fa, poi oggi l’Oncologo per le cure palliative mi ha chiamata per chiedermi “com’eravamo messi a casa”, se poteva esserci un’assistenza adeguata o meno, e per “adeguata” lui intendeva un’infermiera fissa 24 ore su 24, quindi no… nessuna assistenza adeguata, solo io, che non so fare assolutamente un’iniezione sottocutanea e la sola idea mi fa mancare totalmente le forze… perché no, questo rientra in ciò che io non sono pronta a fare e che francamente non riesco e NON SO fare, non sono un’infermiera e sto male anche solo quando devono farmi il prelievo del sangue, rischiando ogni volta di svenire.

Ci siamo salutati con l’accordo di sentirci la settimana successiva, dopo essermi attivata a cercare una soluzione, un aiuto, una cavolo di “assistenza adeguata”, non per l’immediato – come mi ha ribadito lui – ma per la fase finale, che a suo avviso sarà devastante, con urla in piena notte causate dal dolore, che richiedono un intervento immediato con la somministrazione di farmaci antidolorifici tramite iniezione… senza contare tutto il resto, la cura, i bisogni, bla bla bla..

Dopo 10 minuti mi è suonato nuovamente il telefono, ed era sempre lui, il Dott. Viale, che mi ha informato di aver parlato con il Gastroenterologo – del reparto dov’è ricoverato ora – che gli ha illustrato una situazione estremamente gravosa, che a suo avviso richiedeva/richiede subito “il loro intervento”, senza attendere un’altra settimana, motivo per cui domani stesso farà trasferire mio padre all’Hospice, che si trovo tra l’altro in un altro Ospedale.

Cos’è l’Hospice?
E’ il reparto per le Cure Palliative, composto da soli 7 posti letto, in camere singole suppongo e riservato ai malati di tumore allo stato terminale, infatti la loro “media di degenza” di aggira tra i 16-23 giorni, come illustrano le loro slides, e non certo per via di guarigioni miracolose, ma è anche vero che molti pazienti vogliono andare a Casa e se ci sono le condizioni adeguate [che io ora non ho] ciò viene concesso.

Non so se mio padre ha capito bene la situazione, ma credo di sì, perché a quanto pare è lui che ha richiesto di essere ricoverato lì, dicendo di preferirlo all’idea di tornare a casa.. e può averlo detto solo ed esclusivamente con la situazione ben chiara in mente e il timore di “dover pesare ulteriormente su di me”, perché sa benissimo che a casa ci sono io… e tutto piomberebbe su di me, com’è avvenuto per l’ultimo anno.
Certo, la gente qui parla-parla, offrendo la disponibilità, idem mia zia, ma alla fine finisce sempre in un unico modo…. lo so io… ed evidentemente lo sa anche lui.

Egoisticamente parlando la sua scelta mi solleva, ma nello stesso tempo di dispiace, perché come chiunque al mondo lo so che preferirebbe tornare a casa, lo so, ed è la cosa più normale del mondo, quindi sono dibattuta, non so che fare, non so se “ingoiare il rospo ulteriore” cercando di trasformarmi in un’infermiera dell’ultimo minuto, facendo anche questo sacrificio sebbene tra l’altro non so proprio se il mio corpo e la mia mente me lo permetterebbero o meno, non per scelta, ma perché se una cosa proprio non riesci a farla.. non ci riesci, punto, dopotutto ogni cosa è a mio sfavore, il fatto che io sia piccolina, lo stress già fin troppo accumulato, il mio terrore per il contato fisico, la fobia per il sangue e gli aghi, etc. etc.
….in questo caso però, come mi ha sottolineato il Dottore, non può esistere il “ci provo” o il “vediamo come va”, perché siamo troppo lontani dall’Ospedale e loro non avrebbero modo di intervenire prontamente in caso di problemi, che in quei casi, sarebbero sicuramente seri.
E ha ragione, ma io non posso farci veramente niente, non essendo un’infermiera, quindi come posso “assicurare qualcosa”? A maggior ragione avendo io comunque una paura fottuta?

Sembro comunque essere l’unica a farmi questo problema, perché sia mia Zia, sia mio fratello – sebbene loro non farebbero nulla – non nascondono affatto il loro sollievo per il ricovero all’Hospice, dicendo apertamente di preferirlo e di sperare che lo tengano lì, non prendendo più in considerazione l’idea di mandarlo a casa.
….non so, io continuo a non trovarlo un pensiero giusto….. o comunque “umano”. 
Certo, sicuramente in quel reparto sarà molto più seguito, specialmente nel momento peggiore, ma fino a quando il dolore non c’è, mentre la lucidità – o semitale – si mantiene… la casa sarebbe il posto migliore, anche solo per rivivere la normalità, staccando dall’Ospedale e non stando solo tra sconosciuti…… “in attesa di…”.

Non so.. è agonizzante questa fase, non so definirla in altro modo, mi sento totalmente spaesata, ma anche “staccata”… al limite dell’apatia, perché non so cosa pensare, cosa provare, cosa fare, non so più niente, perché è arrivato quel punto in cui io non posso più fare nulla… e che non posso più controllare nulla, né archiviando al meglio, né chiamando, né cercando, né parlando, né progettando [cosa? e come se non so nulla?],.. niente, nada, con la sola consapevolezza spaventosa che il peggio deve ancora arrivare, anzi….. che STA arrivando, proprio ora, non tra qualche mese/anno/chi lo sa.. no… ora.

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