Maltrattamento psicologico: i colpi invisibili fanno più male

Posto qui quest’articolo perché lo trovo assolutamente chiaro ed esaustivo, ritrovando – purtroppo – me e la mia brutta esperienza passata al 100%, quindi fondamentalmente è un’altra risposta [assieme all’articolo precedente sull’impotenza appresa] alle tante domande che io stessa mi sono posta più di una volta negli ultimi anni.

Identificare un maltrattamento è facile quando si tratta di violenza fisica, ma che dire del maltrattamento psicologico? È difficile da percepire, è un maltrattamento silenzioso in cui tutto avviene tra due persone, mentre il resto del mondo potrebbe non accorgersene.

Molto spesso i due tipi di maltrattamento vanno di pari passo o addirittura potrebbe esserci maltrattamento psicologico senza che ci sia quello fisico, mentre è impossibile che si verifichi il contrario.

Il maltrattatore sa che le sue parole hanno molto potere. Per questo le usa. Di fatto, il maltrattamento psicologico è molto più efficace di quello fisico. Lascia tracce e ferite che dureranno nel tempo.

Molte persone sostengono che questi colpi invisibili facciano molto più male di qualsiasi violenza fisica. Molti preferiscono le botte al dover impiegare anni e anni per superare i problemi psicologici causati da maltrattamento.

 

Le tue parole mi fanno male

Il maltrattamento psicologico implica parole che fanno male, degradanti e di disprezzo. All’inizio può essere quasi impercettibile, perché la persona maltrattata non se ne rende conto e cade pian piano nella trappola del maltrattatore.

Il maltrattamento psicologico ha l’obiettivo di sottomettere una persona senza che questa ne sia consapevole. Volete imparare a riconoscere un maltrattatore psicologico? Fate molta attenzione alle seguenti caratteristiche!

  • Vi insulta, urla, vi ridicolizza e vi disprezza, facendovi sentire che non valete nulla e che la vostra vita è inutile. Lo fa in un modo che a volte vi fa sentire persino grati di avere accanto una persona che sta con voi nonostante questo.
  • È eccessivamente geloso e vi controlla di continuo. Siete il suo bene più prezioso e allo stesso tempo quello che disprezza di più: un’incoerenza che vi confonde, ma allo stesso tempo vi tiene legati.
  • Vi isola dai vostri amici e dalla vostra famiglia. Ha il potere di controllare con chi uscite e decide lui/lei quando avete del tempo libero o meno. Siete la sua marionetta. Non siete più liberi, ma sottomessi ai desideri e ai capricci di qualcun altro.
  • Le minacce costanti vi fanno avere sempre più paura. Potrebbe minacciarvi di abbandonarvi oppure utilizzare altri dei vostri punti deboli.
  • La pressione emotiva e sessuale che esercita su di voi vi fa sentire colpevoli. In realtà, i vostri sensi di colpa non sono giustificati. Il maltrattatore psicologico è abile a rigirare la frittata perché sembri che la colpa sia vostra.
Le ferite e i lividi non saranno sulla vostra pelle, ma sulla vostra anima.

Se nella vostra vita avete incrociato una persona con alcune di queste caratteristiche, probabilmente si trattava di qualcuno che vi ha maltrattato psicologicamente.

Anche se a volte queste persone usano la violenza fisica se la pressione psicologica non è sufficiente, non si tratta di un loro comportamento tipico.

 

Voglio liberarmi dai tuoi colpi invisibili

La verità è che è difficile aiutare una persona vittima di un maltrattamento psicologico, anche perché spesso lei stessa non si lascia aiutare. A volte si tratta di persone che non capiscono di essere in questa situazione, né se è il caso di protestare. Il maltrattamento le convince che meritano questa situazione; credono di non essere brave persone e di essersela cercata.

Si tratta di persone dall’autostima totalmente distrutta. Un’autostima rotta, una vita senza senso, circondata dal dolore e dalla paura, oltre che dal bisogno di soddisfare sempre le necessità di chi sta facendo loro del male. E anche quando una persona è cosciente del maltrattamento psicologico che sta subendo e si decide a chiedere aiuto, molto spesso non sa dove trovarlo.

Il maltrattamento psicologico è potente proprio perché è silenzioso: quindi come dimostrare che ci stanno maltrattando? Sarà la nostra parola contro quella del maltrattatore, e ci sono molte persone scettiche che crederanno che ce lo siamo immaginati o siamo diventati pazzi.

 Può anche accadere che, pur essendo consapevoli del male che ci stanno facendo, vogliamo continuare a proteggere la persona che ci sta maltrattando. Quante vittime difendono i loro carnefici! Questo stato psicologico si chiama Sindrome di Stoccolma.

“Il maltrattamento che mi preoccupa di più è quello che non lascia segni sulla pelle.” -Walter Riso-

È importante sottolineare che, anche se il numero di donne vittime di questa situazione supera quello degli uomini, entrambi i sessi soffrono di maltrattamento psicologico.

La cosa fondamentale è riuscire a identificarlo e permettere che la persona maltrattata si lasci aiutare. A volte, per quanto lo desideriamo, non possiamo fare molto. Il danno mentale è così profondo che alla fine il maltrattatore riesce a raggiungere il suo obiettivo. Anch’esso invisibile.

L’impotenza appresa: quando il maltrattamento diventa abitudine

Ho trovato questo articolo tramite un link di un altro articolo simile su Facebook – che posterò subito dopo – e lo pubblico perché risponde alla tediosa domanda che spesso mi viene posta: «Perché non hai reagito prima? perché non te ne sei andata? eppure sei una persona decisa e intelligente», bene, ecco la risposta: l’impotenza appresa, assieme ovviamente all’annullamento psicologico.

Quando sentiamo parlare di una donna maltrattata, spesso la prima domanda che ci sorge spontanea è: perché non è scappata? Ci sembra che fuggire sia facile, e ci immaginiamo che siano tutte come Julia Roberts protagonista di “A letto con il nemico”, in cui l’attrice simulava di essere vittima di un finto naufragio per fuggire dal partner violento.

Tuttavia, per una persona che viene sottomessa a un continuo castigo mentale e/o fisico, questa presunta fuga non è così facile. Uno dei motivi è quello proposto dallo psicologo Seligman negli anni Sessanta, conosciuto come “impotenza appresa“.

Che cos’è l’impotenza appresa?

L’impotenza appresa è la conclusione di una serie di studi realizzati in laboratorio con degli animali, condotti da alcuni psicologi cognitivo-comportamentali. Seligman ha mantenuto diversi animali sottomessi a scariche elettriche dalle quali non potevano scappare. Dopo poco gli animali avevano imparato che nessuna delle loro risposte riusciva a evitare loro il castigo, per cui smettevano di ribellarsi. Passato un certo periodo di tempo, per quanto fosse evidente come scappare dalle scariche elettriche, gli animali non facevano più nulla, perché avevano imparato che non era possibile scappare. Questo comportamento passivo, condizionato dal fatto di non aver avuto la possibilità di scappare per un certo periodo, si manteneva nel tempo con una costanza piuttosto forte.

Questa stessa impotenza appresa è quella che lega le vittime dei maltrattatori. E non soltanto nella relazione di coppia, ma può verificarsi in circostanze diverse: relazioni tra genitori e figli, relazioni di lavoro, ecc. Come Juan José Millás ha descritto nel suo libro Hay algo que no es como me dicen, gli essere umani sono come pesci colorati: nonostante la loro bellezza, ce ne sono alcuni che si comportano come cannibali.

” – Perché dici che non ti difendevi quando Ismael ti picchiava? –  chiedevano a Nevenka. […] Il processo esistenziale che Nevenka ha attraversato non doveva essere molto diverso da quello dei pesci colorati […]. Un giorno, quando avevano appena iniziato la loro relazione da poco, il pesce le si avvicinò e le morse una pinna. Fu un morso a freddo, inaspettato […]. L’abuso non si produce da un giorno all’altro, è un processo lento. Quando ti picchiano, non sei più nessuno. Non hai perso le pinne, hai perso la volontà.”

Che cosa possiamo fare di fronte all’impotenza appresa?

E che cosa si può fare quando il processo dell’impotenza appresa vi ha portato via l’anima e pensate che non c’è nulla da fare, che ormai non c’è rimedio?

Uscire da questo cerchio non è un compito facile, l’impotenza appresa è di per sé qualcosa che riesce a portar via la fiducia in se stessi, ad annullarla. Le continue domande sul “perché non ti ribelli?” non fanno altro che far sprofondare di più la vittima, convinta di non valere nulla e di non poter fare nulla.

La prima cosa da fare, quindi, è saper riconoscere questa impotenza appresa e chiedere aiuto, visto che questo fenomeno si radica nella nostra psiche ed è molto difficile scappare. Ma se ci rifacciamo agli psicologi cognitivi, tutto ciò che è stato condizionato può essere decondizionato.

Con l’aiuto di un professionista, quindi, riusciremo a cancellare l’impotenza appresa, attraverso tecniche come la desensibilizzazione sistematica oppure procedendo per piccoli passi che ci faranno avvicinare alla meta finale: l’indipendenza. Questo processo di apprendimento (o disapprendimento) dovrà essere accompagnato per forza da un grosso lavoro sull’autostima. Dovete tornare ad avere fiducia nelle vostre capacità: che cosa chiedere di più?

fonte: Lamenteemeravigliosa.it

Vero, verissimo

Die­tro a un gesto così [nell’articolo c’entrava il sessismo, ma vale anche per il razzirmo, l’omofobia o la “semplice” svalutazione, la mancanza di rispetto e le critiche continue nei confronti di un’altra persona], c’è la disi­stima e la pochezza di sé, che per ras­si­cu­rarsi e con­so­li­darsi deve tro­vare un oggetto da infe­rio­riz­zare e da vittimizzare. Infatti oltre alla volontà di sot­to­met­tere l’altro, tra­spare la volontà di volerlo ridurre a oggetto, a cosa.

L’ho sempre pensato, trovandone conferma negli ultimi anni.
Non riuscivo però a trovare le parole “adeguate” per spiegare a terzi il perché reale di un certo tipo di atteggiamento apparentemente insensato [che va oltre al semplice egoismo], ma ripetuto all’infinito, ed eccole qua.

Segnate.

Perché lo fa?

Quante volte me lo sono domandato, sebbene alla fine essendo abbastanza sveglia e razionale [..seppur non sembrerebbe] ho trovato la risposta da sola, eppure leggendo poco fa un articolo estremamente chiaro, che elencava in modo semplice i vari “perché” e tutte le dinamiche – che purtroppo conosco fin troppo bene – mi si sono stretti per un istante i polmoni, spingendomi a trattenere il respiro.

Ecco perché lo copio/incollo, perché è giusto che quell’articolo stia tra queste pagine, per il passato, presente e temo futuro.

Per rispondere alla domanda “Perché lo fa?” dobbiamo esaminare su cosa si basano i comportamenti di chi maltratta. Ad un primo livello di analisi ci sono gli atteggiamenti, le convinzioni di chi abusa e le sue abitudini – i pensieri che quotidianamente stanno dietro i comportamenti, che abbiamo esaminato. Ad un secondo livello di analisi c’è il processo di apprendimento che trasforma alcuni ragazzi in uomini maltrattanti o, in altri termini, il modo in cui i determinati valori si trasmettono, che è l’argomento del capitolo 13.

C’è anche un terzo livello, che è raramente menzionato nelle discussioni intorno alla violenza domestica, ma che in realtà è una delle dinamiche più importanti: i benefici che un aggressore ottiene, benefici che rendono quel comportamento desiderabile per lui. In che modo è gratificante la violenza? Da cosa questo modello distruttivo trae un rinforzo?

Si consideri il seguente scenario: mamma, papà e i loro figli stanno cenando. Il papà è nervoso e irritabile, critica tutti durante il pasto, diffondendo tensione intorno come fosse elettricità. Quando finisce di mangiare, si alza da tavola bruscamente e si appresta ad uscire dalla stanza. La figlia di 10 anni dice: “Papà, dove stai andando? E’ il tuo turno di lavare i piatti.” A queste parole, il papà esplode, urlando: “Tu stronzetta, non osare dirmi cosa fare! In faccia te li tiro i piatti!” Afferra un piatto dal tavolo, finge di lanciarlo contro di lei, poi si allontana e lo getta con violenza sul pavimento. Ribalta una sedia ed esce dalla stanza. La mamma e bambini sono terrorizzati; la figlia scoppia in lacrime. Il papà riappare sulla soglia e urla che avrebbe dovuto stare zitta, così lei tenta di soffocare le lacrime, senza riuscirci. Senza toccare nessuno, papà ha scioccato e provocato dolore all’intera famiglia.

La settimana successiva, stessa famiglia. La cena si svolge abbastanza normalmente, senza la tensione della settimana precedente, e di nuovo il papà si alza appena finisce di mangiare. Un membro della famiglia gli ricorderà che è il suo turno di lavare i piatti? Ovviamente no. Passeranno molti mesi prima che qualcuno faccia nuovamente lo stesso errore. Li laveranno loro, magari litigheranno su chi deve farlo, scaricando l’uno sull’altro la frustrazione causata dalla mancanza di impegno del papà. Il comportamento spaventoso di papà ha creato un contesto in cui egli non dovrà lavare i piatti se non ne ha voglia, e nessuno avrà il coraggio di richiamarlo ai suoi doveri.

Ogni abuso comporta un vantaggio al maltrattante, proprio come in questo esempio. Nel corso del tempo, l’uomo acquisisce una collezione di comfort e privilegi. Ecco alcuni dei motivi per cui potrebbe essere così determinato a non fermarsi:

1. La soddisfazione intrinseca fornita dal potere e dal controllo

L’uomo maltrattante guadagna potere attraverso i suoi comportamenti coercitivi e intimidatori  – una sensazione potente. Chi detiene il potere si sente importante e vigoroso e prova un momentaneo sollievo dalle normali angosce della vita. Non è il dolore della donna che gli piace; la maggior parte dei maltrattanti non è sadica. In realtà, spesso l’uomo maltrattante deve fare uno sforzo per proteggersi dalla propria naturale empatia verso la partner. Il sentimento che lo governa è il piacere che prova ad ottenere potere.

Eppure la corsa inebriante al potere è solo l’inizio. Se fosse l’unico beneficio che si trae dal maltrattare il proprio partner, sarebbe molto più facile per me per indurre i miei pazienti a cambiare.

2. Ottenere ciò che vuole, soprattutto quando si tratta di cose che contano per lui

Una relazione comporta una serie infinita di trattative per trovare un compromesso che bilanci le esigenze, i desideri e i gusti di due persone diverse. Molti dei compromessi sono questioni di enorme importanza per la vita emotiva di ciascun partner, come ad esempio:

– Trascorreremo il Natale con i miei parenti, il che mi rende felice, o con i tuoi parenti, che mi danno sui nervi e sono così diversi da me?

– Stasera ceniamo al mio ristorante preferito, o in un luogo che non sopporto nel quale i bambini vanno si di giri e mi irritano?

– Vado da solo alla mia festa nel mio ufficio, cosa che mi fa stare male, o hai intenzione di venire con me, anche se preferiresti trascorrere la serata a fare qualsiasi altra cosa pur di non venire?

È importante non sottovalutare l’impatto che mediare per risolvere situazioni di questo genere ha sulla vita di coppia, giorno dopo giorno. La felicità in un rapporto dipende molto dalla capacità di ottenere che i bisogni individuali vengano ascoltati e presi in seria considerazione. Se queste decisioni sono prese con un partner violento, l’altro subirà delusioni e delusioni, dovrà sopportare il sacrificio costante delle proprie esigenze. Il maltrattante, invece, godrà il lusso di un rapporto in cui raramente deve scendere a compromessi, otterrà sempre ciò che vuole in cambio di nulla. Il maltrattante mostra la sua generosità quando la posta in gioco è bassa, e solo perché così gli amici potranno vedere che bravo ragazzo che è.

Il maltrattante ottiene tutti i vantaggi di essere in una relazione senza i sacrifici che normalmente questo comporta. E questo è uno stile di vita piuttosto privilegiato.

3. Qualcun altro si accolla i suoi problemi

Avete mai sofferto una terribile delusione o una perdita dolorosa e per questo avete cercato qualcuno da incolpare? Per esempio, siete mai stati brutali con il commesso di un negozio perché eravate usciti sconvolti dal lavoro? La maggior parte delle persone prova l’impulso di scaricare i suoi sentimenti negativi sugli altri, anche se non c’entrano niente, perché è un modo per alleviare – temporaneamente – la tristezza o la frustrazione. Certi giorni dobbiamo stare attenti a non aggredire il prima che passa.

L’uomo maltrattante non sta attento, invece. Piuttosto si considera nel pieno diritto di usare la sua partner come una sorta di discarica umana dove può riversare tutto il dolore e  le frustrazioni che la vita gli procura. Lei è un obiettivo sempre a disposizione, al quale è facile dare la colpa – in quanto partner è perfetto – e lei non lo può impedire, perché se ci prova otterrà un trattamento ancora peggiore. La scusa dell’uomo maltrattante, dopo che ha scaricato tutte le sue angustie su di lei, è che la vita è particolarmente dolorosa – una razionalizzazione inaccettabile anche se fosse vera, e generalmente non lo è.

4. Manodopera gratuita e tempo libero per lui

Nessun uomo violento fa la sua parte di lavoro in un rapporto. Approfitta del duro lavoro della compagna in casa: pulire, lavare, cucinare, curarsi dei bambini e gestire la miriade di dettagli della quotidianità. Oppure, se è uno di quei pochi maltrattanti che contribuisce materialmente alla vita familiare, sfrutta la partner emotivamente, richiedendo costantemente attenzione, cura e supporto, e restituendo ben poco.

Questo lavoro che lei svolge senza alcun riconoscimento significa tempo libero per lui. Tutto il tempo che lui spende a parlare di sé lo solleva dall’onere di ascoltare a sua volta. I lunghi giorni del fine settimana, quando lei si prende cura dei bambini, gli danno la possibilità di guardare lo sport in TV, di dedicarsi alle arrampicate su roccia, o di scrivere il suo romanzo. I miei pazienti non sembrano notare che qualcun altro svolge un mucchio di lavoro; le cose vengono fatte, come per magia, e quando descrivono le partner, le definiscono “pigre”. Eppure, a un livello più profondo, il maltrattante si rende conto di quanto duramente lavora la sua partner, perché è disposto a combattere con le unghie e con i denti per non condividere tutti quegli impegni. E’ così abituato al lusso di non far niente che parla spesso della sua stanchezza, esagerando, per giustificare la sua interpretazione della realtà.

Gli studi in merito hanno dimostrato che nella coppia le responsabilità domestiche non sono equamente condivise. Tuttavia, una donna il cui partner non è maltrattante almeno ha la possibilità sottolineare il maggiore carico di lavoro che svolge per insistere sul fatto che l’uomo si faccia carico della sua parte. Con un uomo violento una simile affermazione viene ignorata, o peggio, la donna finisce con lo scontarla.

Il maltrattante va e viene come gli pare, si assume o ignora le responsabilità a suo capriccio, ed evita tutto quello che trova troppo sgradevole. In effetti, alcuni maltrattanti sono raramente in casa e a tutti la casa serve solo come base per il rifornimento periodico.

5. Essere al centro dell’attenzione, con priorità data alle sue esigenze

Quando una donna è maltrattata, chi riempie i suoi pensieri? Lui, il maltrattante, naturalmente. Medita continuamente su come rabbonirlo in modo che non esploderà, su come apparire migliore ai suoi occhi, su come sollevare delicatamente una questione importante con lui. Le rimane poco spazio per pensare alla sua vita, che si modella sul maltrattante; lui vuole che lei pensi a lui. Il maltrattante ottiene il pieno soddisfacimento dei suoi bisogni fisici, emotivi e sessuali. E se la coppia ha figli, l’intera famiglia si sforza di migliorare il suo buon umore e risolvere i suoi problemi, nella speranza che questo gli impedisca di farli a pezzi. Costantemente al centro dell’attenzione e sempre in grado di ottenere ciò che vuole, il maltrattante ha la garanzia che i suoi bisogni emotivi vengano soddisfatti alle sue condizioni – un lusso al quale è restio a separarsi.

6. Controllo finanziario

Il denaro è una delle principali cause di tensione nei rapporti moderni, almeno nelle famiglie con bambini. Le scelte che riguardano il denaro hanno enormi implicazioni sulla qualità della vita, ad esempio: chi fa gli acquisti più importanti per lui o lei; che genere di investimenti si fanno per il futuro, compreso il problema della pensione; quanto e come investire per il tempo libero e i viaggi; chi va a lavorare; chi non va a lavorare e chi no, e come soddisfare le esigenze dei bambini. Non avere voce in capitolo quando si tratta di queste decisioni è una negazione monumentale dei diritti dell’individuo e ha implicazioni a lungo termine. Il maltrattante che prende da solo questo tipo di decisioni importanti estorce enormi benefici per se stesso, nel caso che la famiglia sia a basso reddito come nel caso sia ricca. Una delle tattiche più comuni che sento a questo proposito, per esempio, è che il maltrattante riesce a intrallazzare in modo da cointestare o intestarsi le proprietà della partner – la sua auto o la sua casa. Ho avuto pazienti il cui abusi erano quasi interamente di tipo econimico, gente che è riuscita a sottrarre molte migliaia di dollari ai partner, apertamente o ingannando.

La violenza economica è mirata a fare in modo che nel caso la relazione finisse, il maltrattante si troverebbe in una situazione migliore della partner. Questo squilibrio rende più difficile per lei il lasciarlo, soprattutto se deve trovare un modo per mantenere i suoi figli. Il maltrattante può anche minacciare di usare il suo vantaggio economico per assumere un buon avvocato e richiedere la custodia dei figli, che è la prospettiva più terrificante per una donna abusata.

7. La sua carriera, la sua istruzione o altri obiettivi sono la priorità

Strettamente intrecciata al controllo economico è la questione della priorità degli obiettivi personali. Se il maltrattante ha bisogno di rimanere fuori la sera per studiare per un diploma che gli consentirà di migliorare la sua situazione lavorativa, lo farà. Se un’opportunità di carriera per lui comporta lo spostamento in un altro stato, è probabile che ignorerà l’impatto che la sua decisione può avere sulla partner. Lei può perseguire i suoi personali obiettivi solo se non interferiscono con quelli del maltrattante.

8. Ottenere lo status di partner e/o padre senza sacrifici

Grazie alla sua capacità di piacere alla gente e all’energia vitale che sfodera quando è sotto gli occhi di tutti, l’uomo violento è spesso visto come un partner insolitamente divertente e amorevole, e un papà dolce e impegnato. Si gode i sorrisi e l’apprezzamento che riceve da parenti, vicini, e tutti coloro che non sono a conoscenza del suo comportamento in privato.

9. L’approvazione dei suoi amici e parenti

Un maltrattante è portato a scegliere amici che condividono i suoi atteggiamenti. Potrebbe provenire da una famiglia abusante; suo padre o il suo patrigno potrebbero essere stati il suo modello di riferimento dal quale ha imparato a trattare le donne. In un contesto sociale del genere, ottiene approvazione ogni volta che dimostra di saper controllare la sua partner, ogni volta che la “rimette al suo posto” e ridicolizza le sue lamentele su di lui. I suoi amici e parenti possono anche allearsi con lui sulla base della comune visione delle donne in generale, pregiudizi come “le donne sono irrazionali, vendicative, o avare”. Per questo l’uomo che rinuncia a maltrattare, deve anche rinunciare alla sua squadra di cheerleaders.

10. Due pesi e due misure

Un uomo violento impone, sottilmente o apertamente, un sistema nel quale lui è esente dal rispettare le regole che applica agli altri. Lui può permettersi di avere relazioni occasionali, “perché gli uomini hanno le loro esigenze”, ma appena lei posa lo sguardo su un altro uomo è una “puttana”. Lui può urlare nel corso delle discussioni, ma se lei alza la voce, allora è un’ “isterica”. Lui può prendere i figli per un orecchio, ma se lei afferra il figlio e lo mette in castigo perché magari l’ha colpita, è una “madre abusante”. Lui è libero di gestire i suoi impegni, mentre lei deve rendere conto ogni momento di ciò che fa. Lui può rimarcare le colpe di lei, ma è al di sopra di ogni critica, e non deve mai confrontarsi con le conseguenza delle sue azioni egoistiche e distruttive. L’uomo maltrattante ha il privilegio di vivere secondo una speciale serie di criteri che sono stati progettati solo per lui.

Rileggete rapidamente questa impressionante collezione di privilegi. C’è da meravigliarsi che gli uomini violenti siano riluttanti a cambiare? I vantaggi che si ottengono per mezzo della violenza sono un grande segreto, raramente menzionato nella nostra società. Perché? Soprattutto perché i maltrattanti sono specialisti nel distrarre la nostra attenzione. Essi non vogliono che si noti quanto questo sistema funzioni bene per loro (e di solito non hanno nemmeno voglia di ammetterlo con se stessi). Se li prendiamo in carico, dobbiamo smettere di sentirci dispiaciuti per loro e iniziare invece a ritenerli responsabili delle loro azioni. Finché continueremo a vedere i maltrattanti come vittime o come mostri fuori controllo, essi continueranno a rovinare delle vite. Se vogliamo cambiare gli uomini maltrattanti, dovremo imporre loro di rinunciare ai privilegi che ottengono sfruttando gli altri.

Quando vi sentite ferite o confuse dopo uno scontro con il vostro partner maltrattante, chiedetevi: che cosa stava cercando di ottenere con quello che ha appena fatto? Qual è il vantaggio per lui? Porsi questo genere di domande può aiutare a chiarire le dinamiche e comprendere le sue tattiche.

Certamente l’uomo maltrattante perde anche qualcosa a causa del suo agire violento. Perde la possibilità di vivere un vero rapporto intimo con la sua partner, ad esempio, e la sua capacità di provare compassione ed empatia. Ma spesso queste non sono cose alle quali lui dà un qualche valore, quindi non è in grado di sentirne la mancanza. E anche se volesse una maggiore intimità, quel desiderio è superato dal suo attaccamento ai benefici che gli derivano dagli abusi che perpetra.

Fonte Il Ricciocorno Schiattoso

Ancora e ancora dalla parte delle bambine

Non mi ricorso se l’ho mai dichiarato in altri post o meno, poiché francamente – in un Paese Civile – mi sembra razionalmente l’unica posizione sensata, ma io sono “pro-choice”, non “pro-life” [o meglio: “finti pro-life” o “pro-ipocrisia”].

Pertanto ho scelto di riportare un articolo che ho appena letto di Eleonora Tamburrini, perché a mio avviso spiega benissimo la contraddizione meschina che, in Italia e in Europa, gira attorno alla questione “pro-life” e al relativo unico scopo: la cancellazione del diritto di scelta per la propria vita e il proprio corpo, un’imposizione applicabile solo alle donne ovviamente, altrimenti nessuno si sarebbe neppure minimamente sognato di annullare diritti basici altrui.

Qualche giorno fa in un giornale locale, un titolo che si sforzava di mantenersi anodino (“Una gravidanza a 15 anni”) annunciava nel dettato spicciolo della cronaca la storia di una ragazzina che rimasta incinta senza volerlo di un suo quasi coetaneo, dopo aver programmato l’aborto decideva invece di diventare madre. Il fatto si trovava in cronaca perché a distanza di tre anni la ragazza, che frequenta una scuola maceratese, ha vinto un premio scolastico con un tema sulla sua esperienza. A presa diretta e con apparente indifferenza di fronte ai contenuti della storia, il giornale derubricava la notizia in quello che poteva essere lo spazio delle eccellenze del territorio: una pagella d’oro, un campione di atletica giovanile sarebbero stati probabilmente presentati allo stesso modo, con la stessa felpata, apparente noncuranza. Coscienziosamente e integralmente seguiva il tema vincitore, e con esso la ressa dei commenti virtuali, per lo più elogi alla vita e all’amore che trionfano. Chi vuole, può farsene un’idea qui.

La storia intenerisce, preoccupa, impressiona; e come ogni storia conta per quello che può dire a tutti, oltre il vissuto individuale della protagonista, che andrebbe trattato con delicatezza, e rispettato. Per questo non mi soffermerò su nessun passaggio specifico del tema premiato. Mi sembra però necessario e urgente porsi qualche domanda in più, superare l’impatto meramente emotivo, elaborare le reazioni epidermiche che una lettura come questa può far scattare. Anzitutto il premio in questione, che a quanto leggo, ha coinvolto studenti di varie scuole maceratesi e ovviamente italiane. Si tratta di un concorso europeo, indetto dal Movimento per la Vita e intitolato “Uno di noi”, proprio come l’iniziativa che lo stesso Movimento ha promosso con forza in rete e nelle piazze d’Italia e degli stati membri dell’Ue. Con la ratifica del Trattato di Lisbona infatti è entrata in vigore anche l’Ice, Iniziativa dei cittadini europei: se un qualsiasi comitato raccoglie attorno a una proposta almeno un milione di firme, la Commissione europea è chiamata a esaminarla e spiegare perché intenda rifiutarla o darle seguito.

Cosa invocano dunque i Pro Life, visto che non possono chiedere l’abolizione delle leggi che garantiscono l’aborto (“garantiscono”, non “sostengono”) su cui soltanto gli Stati membri hanno possibilità di esprimersi e intervenire? È piuttosto semplice: chiedono di estendere “la protezione giuridica della dignità, del diritto alla vita e dell’integrità di ogni essere umano fin dal concepimento in tutte le aree di competenza della Ue”, attraverso il divieto all’utilizzo di embrioni in ricerca e lo stop allo stanziamento dei fondi destinati anche indirettamente alle pratiche abortive, quindi consultori, corsi di educazione sessuale, ong che si occupano di informazione sui diritti riproduttivi e quant’altro. La chiamano la “cultura della morte”, a volte anche con la lettera maiuscola.

E d’altronde loro sono per la Vita, e la distinguono da chissà quale altra concezione -sicuramente minuscola – dell’esistenza. Francesca Spinelli si è recentemente occupata della questione su Internazionale, per cui non mi dilungo oltre e ritorno alla storia da cui sono partita, certa che offra una delle molte angolazioni da cui è possibile guardare al problema. Mi chiedo cioè se sia giusto che un movimento di questo tipo bandisca, in una fase di autopromozione e conseguente raccolta firme, un concorso rivolto alle scuole (il concorso esiste, sempre su temi analoghi, ormai dal 1986, ma questa volta il periodo è cruciale). Mi chiedo soprattutto a che pro e in che misura le scuole pubbliche aderiscano a un premio che non verifica talenti e abilità perché non è un concorso di idee, ma verte piuttosto su un’idea unica e stabilita a monte: una scrittura a tesi data la tesi, aprioristica e calata dall’alto. Per intenderci, se una studentessa o uno studente avessero disquisito sul tema raccontando una situazione analoga terminata con la scelta convinta dell’aborto, credo che al di là della qualità dell’elaborato, questo non avrebbe ricevuto alcun premio. Se la didattica fosse un talk show a questo punto invocherebbe il contraddittorio.

Più ampiamente: può la Presidenza della Repubblica di uno Stato laico concedere l’Alto Patronato a un concorso di questo tipo, dati gli obiettivi dell’iniziativa “Uno di noi”? Può continuare, a trentacinque anni dalla sua approvazione, l’assedio più o meno subdolo alla legge 194? È corretto farlo mettendo in palio premi e viaggi a Strasburgo per studenti, e dunque attraverso la scuola pubblica italiana? Mi colpisce fino alla rabbia e allo sconforto la recrudescenza (italiana e non solo) dei toni e dei termini del discorso attorno ai diritti riproduttivi. Basta scorrere le pagine e i profili social del sopra citato Movimento per cogliere la pericolosità di una retorica che tenta in ogni modo di porre il discorso in chiave antitetica e manichea. Mi sento veramente anacronistica nel dover sottolineare (ancora!) che non si tratta di una lotta tra fazioni, perché chi continua a sostenere e difendere la legge 194 da questi assalti deprecabili semplicemente abbraccia tutte le scelte possibili e intende garantirle. Tuttavia la soluzione normativa non basta mai se non le corrisponde un progresso culturale capace di riempirne le maglie larghe. Grazie a questi vistosi interstizi lasciati all’ignoranza e alla vergogna, negli ospedali italiani siamo giunti a una percentuale di obiettori di coscienza che sfiora la media del 70%, fino al 100% di strutture totalmente sguarnite (tanto per restare in Regione, si veda il recente caso dell’ospedale di Jesi). Sono poi all’ordine del giorno le storie di donne che presa la decisione dell’aborto sono costrette ad affrontare attese, ritardi, trattamenti e approcci giudicanti da parte del personale medico e paramedico, in sfregio della loro condizione di pazienti e di esseri umani; intanto l’Istat testimonia, pur nel brusco calo seguito all’entrata in vigore della 194, un recente rialzo degli aborti clandestini; e vale solo per i dati noti, perché la situazione delle donne immigrate è spesso avvolta nel silenzio più totale. D’altra parte le alternative alla riprovazione sociale sono spesso il paternalismo e la pietà, cioè cose di cui non ha affatto bisogno un soggetto debole, posto di fronte a una vicenda umana complessa e magari alla ridefinizione della propria identità. Il soggetto in questione e parte lesa è la donna, ça va sans dire, spesso esposta in solitudine al circo mediatico del dolore vuoto di padri e di compagni, o viceversa espunta con tratto fermo dalla questione. Chi è infatti quest’“uno di noi”? Sicuramente non la donna, che esce di scena di colpo, contenitore muto.

E se la donna ha quindici anni, se la donna è una bambina? Forse la Vita da tutelare è solo quella che va dal concepimento alla nascita. Indigna quindi la doppia morale che si abbatte sulla condizione femminile e in particolare sulle maternità precoci: serpeggia costante il giudizio che le adolescenti sessualmente attive covino in sé una spregiudicatezza che è poi la loro colpa; allora tuonano i benpensanti contro la decadenza sociale, i genitori separati, i vestiti succinti, le nuove lolite. Sotto sotto il concepimento è lo strale e la maternità la fulminea espiazione. Evitata la tentazione dell’aborto, la giovane è madre, dunque improvvisamente santificata assieme al frutto del suo grembo. Uguale e contraria sarà l’accoglienza sociale per una scelta di segno opposto. La contraddizione è evidente: chi predica la pericolosità di una vita sessuale precoce, firma perché vengano eliminati i fondi, già scandalosamente minimi, destinati a diffondere l’educazione sessuale nelle scuole, l’assistenza psicologica negli ospedali, l’informazione sui diritti riproduttivi nei consultori e nelle strade. Che poi sarebbero anche le uniche pratiche veramente efficaci per ridurre a monte il ricorso all’aborto.

La banalizzazione dei diritti coincide con la loro derubricazione a questione politica secondaria (ai tempi della crisi!) e con una dolosa sciatteria comunicativa. Per questo l’informazione mainstream ne scrive in rubriche separate, riserve indiane rispetto alla nera, quasi sull’orlo della rosa; in tv diventano materia da reality o da sonnolento pomeriggio domenicale. Qui le narrazioni vengono piegate a un’esigenza di consumo: l’esperienza di una donna che ha sofferto diventa l’autopsia di un caso umano e le teen moms personaggi destinati a un pubblico di coetanei (ma temo che il target sia ancora una volta quasi solo femminile).
Personaggi, va detto, sradicati come sempre da qualsiasi contesto critico, che da una parte mostrano la durezza del disagio (mentre i giovani padri continuano a vivere da adolescenti, le madri mostrate crescono i figli per lo più da sole con la loro famiglia, tra enormi difficoltà per lo studio e il lavoro); dall’altra neutralizzano gli snodi critici con un concentrato di vecchissima cultura catto-conservatrice per cui un’idea astratta di famiglia stempera ogni frustrazione, lava il peccato e lo stende al sole per tutti noi, a esempio e monito.
Non un accenno, ovviamente, alla possibilità della contraccezione, nessun tentativo di fare informazione. Prima di emettere inutili sentenze, prima di strattonare il singolo caso a bandiera, occorrerebbe chiedersi se ai più giovani (e non solo) sono stati dati gli strumenti per conoscere e se il contorno culturale permette loro di scegliere davvero liberamente; se l’apparato legislativo sta funzionando o se viene vanificato da spinte reazionarie e tentazioni da “pensiero unico”.

Questa forma di violenza è molto sobria, ha l’aria perbene di un gazebo per la raccolta firme fuori dalla chiesa la domenica, o di un concorso scolastico con ricchi premi; eppure cova tutti i peggiori germi dell’intolleranza e di quella cultura della colpa che si è abbattuta da sempre soprattutto sulle donne e sulle bambine.

(opera di Francesca Gentili, dal catalogo della mostra di Adam Accademia “Libertà e Destino”, fonte articolo)

Ricordi

Ti ricordi i baci infiniti, le carezze lente, le parole sussurrate, le risate, ricordo i tuoi occhi nei miei occhi, ricordo il silenzio precedente l’amore, quel silenzio dove sentivo i battiti del cuore aumentare di intensità, ricordo la frenesia di amarsi di nuovo e poi di nuovo… le ore passavano, l’amore cresceva insistente, prepotente… un amore dolce, la timidezza dei primi minuti è passata non vedevamo più le imperfezioni dei corpi ma la perfezione di quel contatto… di quel feeling scoppiato inaspettato tra due corpi… due menti… due cuori nuovi…

Cit.

«.. è facile essere indifferenti, l’interesse richiede coraggio, e il coraggio richiede carattere! »

Tratto da Detachment

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