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Maltrattamento psicologico: i colpi invisibili fanno più male

Posto qui quest’articolo perché lo trovo assolutamente chiaro ed esaustivo, ritrovando – purtroppo – me e la mia brutta esperienza passata al 100%, quindi fondamentalmente è un’altra risposta [assieme all’articolo precedente sull’impotenza appresa] alle tante domande che io stessa mi sono posta più di una volta negli ultimi anni.

Identificare un maltrattamento è facile quando si tratta di violenza fisica, ma che dire del maltrattamento psicologico? È difficile da percepire, è un maltrattamento silenzioso in cui tutto avviene tra due persone, mentre il resto del mondo potrebbe non accorgersene.

Molto spesso i due tipi di maltrattamento vanno di pari passo o addirittura potrebbe esserci maltrattamento psicologico senza che ci sia quello fisico, mentre è impossibile che si verifichi il contrario.

Il maltrattatore sa che le sue parole hanno molto potere. Per questo le usa. Di fatto, il maltrattamento psicologico è molto più efficace di quello fisico. Lascia tracce e ferite che dureranno nel tempo.

Molte persone sostengono che questi colpi invisibili facciano molto più male di qualsiasi violenza fisica. Molti preferiscono le botte al dover impiegare anni e anni per superare i problemi psicologici causati da maltrattamento.

 

Le tue parole mi fanno male

Il maltrattamento psicologico implica parole che fanno male, degradanti e di disprezzo. All’inizio può essere quasi impercettibile, perché la persona maltrattata non se ne rende conto e cade pian piano nella trappola del maltrattatore.

Il maltrattamento psicologico ha l’obiettivo di sottomettere una persona senza che questa ne sia consapevole. Volete imparare a riconoscere un maltrattatore psicologico? Fate molta attenzione alle seguenti caratteristiche!

  • Vi insulta, urla, vi ridicolizza e vi disprezza, facendovi sentire che non valete nulla e che la vostra vita è inutile. Lo fa in un modo che a volte vi fa sentire persino grati di avere accanto una persona che sta con voi nonostante questo.
  • È eccessivamente geloso e vi controlla di continuo. Siete il suo bene più prezioso e allo stesso tempo quello che disprezza di più: un’incoerenza che vi confonde, ma allo stesso tempo vi tiene legati.
  • Vi isola dai vostri amici e dalla vostra famiglia. Ha il potere di controllare con chi uscite e decide lui/lei quando avete del tempo libero o meno. Siete la sua marionetta. Non siete più liberi, ma sottomessi ai desideri e ai capricci di qualcun altro.
  • Le minacce costanti vi fanno avere sempre più paura. Potrebbe minacciarvi di abbandonarvi oppure utilizzare altri dei vostri punti deboli.
  • La pressione emotiva e sessuale che esercita su di voi vi fa sentire colpevoli. In realtà, i vostri sensi di colpa non sono giustificati. Il maltrattatore psicologico è abile a rigirare la frittata perché sembri che la colpa sia vostra.
Le ferite e i lividi non saranno sulla vostra pelle, ma sulla vostra anima.

Se nella vostra vita avete incrociato una persona con alcune di queste caratteristiche, probabilmente si trattava di qualcuno che vi ha maltrattato psicologicamente.

Anche se a volte queste persone usano la violenza fisica se la pressione psicologica non è sufficiente, non si tratta di un loro comportamento tipico.

 

Voglio liberarmi dai tuoi colpi invisibili

La verità è che è difficile aiutare una persona vittima di un maltrattamento psicologico, anche perché spesso lei stessa non si lascia aiutare. A volte si tratta di persone che non capiscono di essere in questa situazione, né se è il caso di protestare. Il maltrattamento le convince che meritano questa situazione; credono di non essere brave persone e di essersela cercata.

Si tratta di persone dall’autostima totalmente distrutta. Un’autostima rotta, una vita senza senso, circondata dal dolore e dalla paura, oltre che dal bisogno di soddisfare sempre le necessità di chi sta facendo loro del male. E anche quando una persona è cosciente del maltrattamento psicologico che sta subendo e si decide a chiedere aiuto, molto spesso non sa dove trovarlo.

Il maltrattamento psicologico è potente proprio perché è silenzioso: quindi come dimostrare che ci stanno maltrattando? Sarà la nostra parola contro quella del maltrattatore, e ci sono molte persone scettiche che crederanno che ce lo siamo immaginati o siamo diventati pazzi.

 Può anche accadere che, pur essendo consapevoli del male che ci stanno facendo, vogliamo continuare a proteggere la persona che ci sta maltrattando. Quante vittime difendono i loro carnefici! Questo stato psicologico si chiama Sindrome di Stoccolma.

“Il maltrattamento che mi preoccupa di più è quello che non lascia segni sulla pelle.” -Walter Riso-

È importante sottolineare che, anche se il numero di donne vittime di questa situazione supera quello degli uomini, entrambi i sessi soffrono di maltrattamento psicologico.

La cosa fondamentale è riuscire a identificarlo e permettere che la persona maltrattata si lasci aiutare. A volte, per quanto lo desideriamo, non possiamo fare molto. Il danno mentale è così profondo che alla fine il maltrattatore riesce a raggiungere il suo obiettivo. Anch’esso invisibile.

L’impotenza appresa: quando il maltrattamento diventa abitudine

Ho trovato questo articolo tramite un link di un altro articolo simile su Facebook – che posterò subito dopo – e lo pubblico perché risponde alla tediosa domanda che spesso mi viene posta: «Perché non hai reagito prima? perché non te ne sei andata? eppure sei una persona decisa e intelligente», bene, ecco la risposta: l’impotenza appresa, assieme ovviamente all’annullamento psicologico.

Quando sentiamo parlare di una donna maltrattata, spesso la prima domanda che ci sorge spontanea è: perché non è scappata? Ci sembra che fuggire sia facile, e ci immaginiamo che siano tutte come Julia Roberts protagonista di “A letto con il nemico”, in cui l’attrice simulava di essere vittima di un finto naufragio per fuggire dal partner violento.

Tuttavia, per una persona che viene sottomessa a un continuo castigo mentale e/o fisico, questa presunta fuga non è così facile. Uno dei motivi è quello proposto dallo psicologo Seligman negli anni Sessanta, conosciuto come “impotenza appresa“.

Che cos’è l’impotenza appresa?

L’impotenza appresa è la conclusione di una serie di studi realizzati in laboratorio con degli animali, condotti da alcuni psicologi cognitivo-comportamentali. Seligman ha mantenuto diversi animali sottomessi a scariche elettriche dalle quali non potevano scappare. Dopo poco gli animali avevano imparato che nessuna delle loro risposte riusciva a evitare loro il castigo, per cui smettevano di ribellarsi. Passato un certo periodo di tempo, per quanto fosse evidente come scappare dalle scariche elettriche, gli animali non facevano più nulla, perché avevano imparato che non era possibile scappare. Questo comportamento passivo, condizionato dal fatto di non aver avuto la possibilità di scappare per un certo periodo, si manteneva nel tempo con una costanza piuttosto forte.

Questa stessa impotenza appresa è quella che lega le vittime dei maltrattatori. E non soltanto nella relazione di coppia, ma può verificarsi in circostanze diverse: relazioni tra genitori e figli, relazioni di lavoro, ecc. Come Juan José Millás ha descritto nel suo libro Hay algo que no es como me dicen, gli essere umani sono come pesci colorati: nonostante la loro bellezza, ce ne sono alcuni che si comportano come cannibali.

” – Perché dici che non ti difendevi quando Ismael ti picchiava? –  chiedevano a Nevenka. […] Il processo esistenziale che Nevenka ha attraversato non doveva essere molto diverso da quello dei pesci colorati […]. Un giorno, quando avevano appena iniziato la loro relazione da poco, il pesce le si avvicinò e le morse una pinna. Fu un morso a freddo, inaspettato […]. L’abuso non si produce da un giorno all’altro, è un processo lento. Quando ti picchiano, non sei più nessuno. Non hai perso le pinne, hai perso la volontà.”

Che cosa possiamo fare di fronte all’impotenza appresa?

E che cosa si può fare quando il processo dell’impotenza appresa vi ha portato via l’anima e pensate che non c’è nulla da fare, che ormai non c’è rimedio?

Uscire da questo cerchio non è un compito facile, l’impotenza appresa è di per sé qualcosa che riesce a portar via la fiducia in se stessi, ad annullarla. Le continue domande sul “perché non ti ribelli?” non fanno altro che far sprofondare di più la vittima, convinta di non valere nulla e di non poter fare nulla.

La prima cosa da fare, quindi, è saper riconoscere questa impotenza appresa e chiedere aiuto, visto che questo fenomeno si radica nella nostra psiche ed è molto difficile scappare. Ma se ci rifacciamo agli psicologi cognitivi, tutto ciò che è stato condizionato può essere decondizionato.

Con l’aiuto di un professionista, quindi, riusciremo a cancellare l’impotenza appresa, attraverso tecniche come la desensibilizzazione sistematica oppure procedendo per piccoli passi che ci faranno avvicinare alla meta finale: l’indipendenza. Questo processo di apprendimento (o disapprendimento) dovrà essere accompagnato per forza da un grosso lavoro sull’autostima. Dovete tornare ad avere fiducia nelle vostre capacità: che cosa chiedere di più?

fonte: Lamenteemeravigliosa.it

La Ola

Scrissi già molti anni fa alcuni post relativi la “reazione di terzi” quando una coppia scoppia, che solitamente risulta essere sorprendentemente positiva, anche nei casi di perfetti sconosciuti, ma in questo caso – il mio – c’è stata quasi una vera e propria “Ola” generale da parte delle persone a me più vicine [e che quindi mi conoscono, mi vogliono bene e avevano capito – da mo’! – la situazione], con tanto di «ohhhh finalmenteee! Era ora che ti decidessi! Ce ne hai messo di tempo, ma meglio tardi che mai…» o concetti simili.

Sconvolgente, impressionante, tranquillizzante, confortante ed estremamente liberatorio.

Sebbene in realtà la situazione fosse già chiara dal mio ritorno da Brescia, anche prima, ieri c’è stata semplicemente l’ultima goccia – l’ennesima in realtà – che mi ha fatto esplodere l’esasperazione finale, mettendo quindi da parte tutte le possibili ultime remore, anche comportate dal semplice affetto inevitabile dopo 6 anni di convivenza e dal conseguente dispiacere di saperlo da solo [… sono umana, un’enorme debolezza in certi casi], portandomi quindi alla chiusura totale, perché di questo si tratta, visto che ieri ho avuto l’ulteriore conferma che non è possibile neppure mantenere dei contatti “civili/amichevoli”, visto che è solo quello che attualmente “avevamo”, sentendoci al massimo una volta al giorno, per pochissimi minuti, parlando di poco-niente o di qualche aggiornamento, senza alcuna esternazione d’affetto, eppure… la reazione da psicopatico oramai classica, totalmente ingiustificata – e schifosa doppiamente visto il contesto della mia vita attuale – c’è stata ugualmente, regalandomi solo un’ulteriore pesantezza di cui proprio non avevo bisogno [e chiunque lo capirebbe, no??].

Quello che mi fa capire di aver fatto finalmente la scelta giusta, è l’assoluta ostentata arrogante convinzione della controparte [che tra l’altro a mio avviso è già “a caccia” da un bel po’, ecco il vero motivo della sua reazione altrimenti non spiegabile: la coda di paglia] di essere sempre nel giusto [ma non è una novità], dato che anche dopo essere stato avvisato un’infinità di volte e sempre dopo le sue sistematiche reazioni da psicopatico/egoista [specialmente in questi ultimi 4 mesi, ma purtroppo anche negli ultimi SEI anni], trova ancora la faccia tosta di negare le sue azioni e responsabilità, sostenendo – con me, ma temo anche e specialmente con se stesso – che la mia decisione sia stata sospettosamente troppo facile e improvvisa, senza alcun reale motivo… come sempre, perché io dovrei solo incassare e stare zitta, in qualsiasi circostanza, facendomi andare bene ogni schifosissima cosa, anche le sue parole/reazioni più crudeli e insensate [«..che sarà mai! se non ci passi sopra sei tu che ti attacchi alle cose futili, dimostrando di avere un carattere di merda e distruggendo tutto! sei sempre e solo tu che con questo atteggiamento compliche le cose, crei i problemi e le liti…»]….

…è stato così per 6 anni, a ripetizione, ora basta.

Un’altra cosa che mi fa essere certa della mia scelta è che sento, anzi, SO, di non aver perso assolutamente NULLA, quindi non può/potrà esserci nessun rimpianto, visto che non siamo mai stati una coppia reale: zero supporto, zero condivisione, zero complicità, zero hobby/interessi in comune, zero dialogo, zero fiducia, zero rispetto [e probabilmente zero stima], zero compromessi paritari [li ho sempre subiti solo io] e zero proggetti discussi/programmati in comune, niente matrimonio, niente famiglia, niente bambini [e per fortuna!], niente trasferimenti, niente viaggi, niente di niente, assurdamente ho più chance ora – pur non avendo assolutamente niente e nessuno – di fare o anche solo pensare/sperare a tutte queste cose, che prima [francamente matrimonio, bambini, etc. non li voglio tutt’ora e probabilmente non avrò/farò nulla, ma posso comunque “fantasticarci” sopra per un ipotetico futuro,… cosa che prima a prescindere non esisteva in modo certo. E mi è sempre stato fatto notare da terzi].

Un amico – che mi conosce bene e da anni – oggi su whatsapp [dopo la Ola] mi ha scritto:

«…più che fare scelte hai accettato scelte, ora devi iniziare a scegliere solo per te stessa»

Sacrosantissima verità, che ho intenzione di stamparmi in testa, per evitare di commettere gli stessi errori passati e come guida per il [MIO] futuro/presente, che dovrà essere fatto/creato/cambiato prevalentemente da MIE scelte, o comunque ANCHE da MIE scelte.

Ora Basta

Vorrei tanto capire che razza di concezione hai di me, se quanto meno mi consideri un’essere umano con dei sentimenti o neppure quello, visto che le tue azioni e i tuoi comportamenti sempre pieni di pretese e critiche nei miei riguardi, dicono ben altro.
ANCHE in questo periodo oggettivamente orrido – con mio padre in Rianimazione e la scoperta del tumore al quarto stadio, più tutti i suoi infiniti problemi economici che sono saltati fuori – in cui chiunque anche un perfetto sconosciuto avrebbe quanto meno un minimo di riguardo e parole di sostegno, ma tu no, MAI, perché “tu sei così” [frase dietro cui ti piace nasconderti spesso, come se potesse giustificarti e abbuonarti tutto… ma vale SOLO per te, ovviamente] e hai sempre il diritto assoluto di essere il centro dell’intero universo.

Io non ce la faccio più, perché sì, fattene una ragione: ESISTO ANCHE IO!
E sono stufa di essere SEMPRE messa da parte, in un agolino invisibile, perché TU devi SEMPRE venire prima ed essere il più importante di tutto e tutti, pure di questa situazione orrida che vivo da mesi.

Da sei anni quello che provi e vuoi tu vale/conta tutto, mentre quello che provo e voglio io non vale mai un cazzo [e sei sempre e solo tu a decretarlo, perché a tuo avviso – come mi hai ripetuto più di una volta – io non valgo un cazzo ed è evidente].

ORA BASTA.

Nella mia vita e specialmente ora non ho bisogno di questo, delle critiche, delle scenate, delle parole sminuenti, delle “soluzioni facili” campate in aria come se fossero verità assolute, dei musi, delle accuse, delle ripicche per punirmi continuamente, “per rimettermi al mio posto” [decretato sempre e solo DA TE], del sentirti fare la vittima, quando sei il primo a fottertene di tutti, me compresa, del sentirti parlare solo dei TUOI sacrifici [???!!!], dei “velati” ultimatum e di sentirmi rinfacciare cose assurde [es. che hai speso tempo e soldi per venire su, dopo 6 anni in cui IO ti ho dato la mia vita, venendo IO a brescia, lasciando tutto per te, facendo tra l’altro avanti/indietro in treno nei primi 6 mesi, spendendo molto più di 150 euro e facendo ben più di 5 ore di viaggio totali! mentre TU in 2 mesi d’inferno MI HAI LASCIATA SOLA perché “sono fatti miei e tu hai la tua vita, il tuo lavoro“, venendo su 2 volte e per meno di 12 ore! senza MAI neppure chiedermi se avevo bisogno di qualcosa, NIENTE, ma non risparmiandomi critiche e facendomi stare pure male prima di andartene.. e poi OSI accusare me di essere egoista, di fregarmene del “nostro rapporto” e di non pensare a TE?!?!???? nella TUA vita MAI modificata neanche di un millimetro].

L’unica verità è che IO non ho bisogno di te, ma solo di me stessa. perché sì, non solo eisisto, ma valgo anche come persona/anima, meritando molto di più di tutto questo [più molto altro..] e finalmente ne ho preso atto.

Preferisco stare totalmente da sola, anche per l’eternità, piuttosto che sentirmi ancora [..e ancora, all’∞] così.

Il Punto – inevitabile – della situazione

A due mesi dall’inizio di questo inferno, mi sono ritrovata a dover fare il punto della situazione anche di un’altra situazione: quella sentimentale/Bresciana, con risultati assai deprimenti.

Situazione Bresciana

Da quando sono qui, nessuno mi ha chiesto come sto, nessuno si è fatto vivo se non per chiedermi dei favori, nessuno ha dimostrato un minimo di solidarietà/interesse, solo uno, il “dentista”, che mi ha chiamata spesso e aveva anche richiesto un’opinione a un suo amico oncologo, più alcune domande per capire la mia situazione da parte della Presidente del centro, chiedendo però subito dopo di fare qualcosa per loro.

Ovviamente da quando sono qui però non ho visto un soldo e comunque a Brescia non ho nulla di concreto, non ho un lavoro serio, non ho una sicurezza lavorativa e neppure una leggera parvenza/speranza di stabilità, dato che a questo punto ho capito che sono tutti bravi a chiederti “favori infiniti”, ma nessuno è disposto ad assumere, mettere in regola e pagare uno stipendio degno di essere definito tale.

In conclusione: non c’è speranza di qualcosa di meglio e non ho oggettivamente un futuro, neppure umanamente parlando, visto che le amicizie sono ben altre, anche se sembrano essersi volatilizzati tutti in generale.

Situazione “sentimentale”

In due mesi, quello che dovrebbe essere il compagno con cui ho diviso 6 anni della mia vita, si è fatto vedere 2 volte e per meno di 24 ore.
L’ultima volta, il week-end scorso, è stata pure un disastro, quando se n’è andato avevo il magone e il mio morale era a terra, con le lacrime che volevano sgorgare a ogni costo, questo perché non ho ricevuto il minimo sostegno, ma al contrario mi sono imbattuta – nel momento meno indicato – in un mare di critiche verso il mio aspetto: «sei troppo magra! ma cosa fai! a me piacevi com’eri prima, ti sta andando via tutto e guarda che lividi che ti sei fatta, che senso! bla bla bla» e non per un minuto, giusto per “constatazione” di un qualcosa che tra l’altro non avevo mai nascosto, ma avevo già detto nelle settimana precedenti, bensì un loop infinito, con tra l’altro atteggiamenti di distacco e pure “scazzi estemporanei” alle mie richieste di conferme/conforto, dopo avermi riacceso e scatenato gratuitamente millemila insicurezze, di cui – inutile dirlo – non avevo proprio bisogno.

Inoltre in due mesi gli ho chiesto solo una cosa, di portarmi alcune cose di cui avevo e ho bisogno, facendo una lista e scrivendo anche dove poteva trovare il tutto, aggiungendo di chiamarmi se aveva difficoltà: non solo non mi ha chiamata, ma mi ha portato tutt’altro, perché non aveva voglia di leggere una lista a sua avviso troppo lungo lunga – con 20 voci – senza minimamente considerare il fatto che io due mesi fa avevo fatto una valigia velocemente, pensando di restare in Valle solo una o due settimane, portandomi quindi poche cose.
Più o meno, mi ha portato solo la metà delle cose, tra cui tante inutili che non avevo chiesto e che non mi servono, ma non mi ha portato i pantaloni, non mi ha portato le magliette senza maniche [le più utili con il caldo che fa e sono pure nuove, quindi quando dovrei usarle?] portandomi 3/4 magliette e basta, neppure tutte le scarpe richieste [2 su 4], come se io qui potessi permettermi di ricomprarmi tutto il guardaroba da zero.
Anche a questo proposito, dopo SEI anni di convivenza, non mi è stato chiesto se poteva servirmi qualcosa a livello economico, visto che guarda un po’ io non ho mai avuto uno stipendio fisso e non ce l’ho neppure ora, no, io devo comunque arraggiarmi da sola o – eventualmente – chiedere soldi ad altri [sicuramente non a mio padre, visto che mi ritrovo a dover capire come pagargli i debiti mensili]. Per fortuna c’è mia nonna e anche mio fratello, e in più avevo messo qualcosa da parte [che però non sarà eterno], perché altrimenti sarei veramente nella merda e SOLA.

A volte mi chiedo se sono io che pretendo troppo, ma poi mi guardo ingiro e vedo che le altre coppie collaborano e si sostengono sempre, sia moralmente/psicologicamente, sia economicamente quando ce n’è bisogno e senza neppure la necessità di chiedere o parlarne, perché è vista come la cosa più normale del mondo, specialmente dopo anni di convivenza e a maggior ragione in situazioni pesanti come quella che sto vivendo io, in cui generalmente una parte non si fa bellamente i fatti suoi, facendosi viva solo una volta al mese, per meno di 24 ore, come se fosse un favore e una fatica enorme, criticando tra l’altro tutto e tutti, e facendomi sentire quasi in dovere di ringraziare per il “nobile gesto”.

Quando tieni a qualcuno e l* consideri veramente importante fai di tutto pur di starle/gli vicino, facendo anche i salti mortali, senza neppure che l’altra parte debba chiedere qualcosa e tanto meno ringraziare o “sentirsi in debito”.

Era ovvio già da prima che c’era qualcosa che non andava, ma così è veramente assurdamente troppo palese e tra l’altro nel periodo più brutto di tutta la mia vita, in cui un compagno VERO non mi avrebbe MAI lasciata sola, esattamente come – guarda un po’ – accade nelle dinamiche di tutte le altre coppie REALI, in cui entrambe le parti si amano veramente e si considerano ugualmente importanti, con progetti veramente in comune, basati sul volere e sulle decisioni discusse di entrambi.

No, io sono “il contorno” e devo sempre e solo comportarmi da tale, senza mai poter pretendere o chiedere niente che possa interferire con la sua vita, zero compromessi, non mi è concesso perché non sono importate e rilevante quanto lui – che deve essere sempre il centro del mondo, anche per me e in qualsiasi circostanza – il suo lavoro, la sua vita e i suoi progetti, cosa oramai evidente a tutti, anche a chi non lo conosce e non lo ha mai visto qui con me [mio fratello e i miei parenti compresi], convincendosi che sono single o che comunque lo sono diventata,.. a ragione.

Sono veramente Single, è questa la verità e lo sono stata anche in questi 6 anni, una Single che condivideva l’appartamento con un altro Single, che ha sempre e solo avuto le sue priorità, i suoi progetti, le sue decisioni, la sua vita, la sua casa, i suoi soldi, le sue verità, le sue pretese, senza minimamente considerare nessun altro, con la perenne convinzione di essere sempre nel giusto e io nel torto, a prescindere, essendo solo “un contorno”, un “soprammobile” senza diritti… e lo dimostrano I FATTI, trovando solo un’ulteriore conferma con ciò che è avvenuto e NON avvenuto negli ultimi 2 mesi, in cui OGGETTIVAMENTE SONO SOLA, eppure riesce ancora a negare l’evidenza, non provando alcuna vergona ad usare frasi come: «è normale così, non come credi tu, gli altri fanno come me e se non lo fanno sono stupidi», «non puoi pretendere, io ho la mia vita, cosa dovrei fare? non ho intenzione di rinunciarci, perché dovrei? [io invece DEVO sempre, sembra essere scontato. Compromessi ZERO, se non li faccio SOLO io]», «io ho bisogno di sicurezze economiche,.. a te cosa servono? tanto ci sono io [che poi me lo rinfaccia continuamente e mi dice NO a tutto, perché è tutto suo e decide lui]», «così però non si può andare avanti per troppo tempo… mi sento solo», «ti ho sempre dato tutto, non ti ho mai fatto mancare niente [ahahahahahah! non c’è bisogno di commentare.. è sufficiente anche solo vedere questi ultimi 2 mesi]», etc. etc. etc.

Sono sola, è un dato di fatto, senza se e senza ma, quindi perché continuare una farsa che tra l’altro mi porta magoni gratuiti e nervoso, in un periodo già orribile di suo?

Sì, sono un utero inutile

Spesso mi sento chiedere quando mi deciderò a diventare mamma, specialmente da chi è già genitore, ma le mie risposte di “non volontà”, “non idoneità”, etc. sembrano non soddisfare mai nessuno, infatti puntualmente iniziano le frasi di “convincimento”, del tipo: «ma è un’esperienza bellissima, non puoi dire ora di non esserene in grado, di non esserci portata, puoi saperlo solo dopo e l’amore per un figlio supera tutto», «..hai l’età giusta oramai, non puoi aspettare all’infinito, pensaci, pensaci!» e via dicendo.

Posso dire che tutto questo è veramente fastidioso, oltre che sempre più pesante a livello psicologico?
Perché io comprendo il punto di vista di tutti, infatti non ho mai detto a nessuno «non starai mica pensando di fare figli? sei pazz*? vi conoscete da un anno e convivete da qualche secondo! e poi economicamente come siete messi? e psicologicamente siete abbastanza forti, riuscirai/rete ad occuparvi di un altro essere umano fino alla fine dei vostri giorni? siete sufficientemente affiatati come coppia? uhmm potrebbe essere una catastrofe, non farlo assolutamente, non pensarci proprio!», quindi perché io devo sentirmi dire sempre l’esatto opposto? Come se tra l’altro tutto dipendesse solo ed esclusivamente da me, quando è più che evidente che non è così. Bisogna essere in due cavolo per avere un figlio, in DUE e almeno una delle due parti dovrebbe quanto meno volerlo ed esserci portata, sia per mera indole, sia per educazione familiare, ma non è il mio/nostro caso.

Se penso inoltre che l’ultima volta che ho tentato di parlarne, e sottolineo parlarne, non per decidere qualcosa, ma solo per conoscere palesemente entrambi i punti di vista, mi sono sentita dire – per chiudere un discorso neppure iniziato – che io sarei comunque una pessima madre, per mille mie incapacità/difetti e quant’altro [es. mia madre, figura inesistente e totalmente negativa; famiglia “non compatta/di supporto”; non porto a casa uno stipendio mensile, etc.],.. mi prende francamente un’angoscia profonda, quindi su cosa dovrei ancora riflettere? Di cosa oggettivamente si sta ancora parlando? Perché mai io dovrei ancora azzardarmi a pensare a figli, genitorialità, etc? e perché devo ancora subirmi frasi che per me parlano assolutamente del nulla, se non di esperienze idilliache altrui, ma che in qualche modo mi colpevolizzano [di nuovo] di qualcosa, di essere egoista, di essere un utero inutile, di non pensare al futuro, etc?

Non si può fare figli per hobby, i figli si fanno quando ci sono le condizioni adeguate, per il singolo individuo e per la coppia, quando c’è una capacità mentale, emotiva ed economica [anche se quest’ultima spesso viene usata solo come scusa quando mancano le altre due], quando c’è la volontà profonda – da entrambe le parti – di creare e di occuparsi di un altro essere umano, accettando di mettere da parte ogni egoismo, assumendo consapevolmente tutte le responsabilità per il presente e il futuro, più molto altro.

Quella volontà e quel desiderio devono essere coltivati piano-piano su una base solida per poter superare le proprie paure e poter così scoprire di essere portati a certe esperienze, ma se quella base non c’è, le mille paure personali restano, si confermano e degenerano, senza poter neanche sperare di “coltivare” qualcosa di buono o di minimamente importante.

Perché lo fa?

Quante volte me lo sono domandato, sebbene alla fine essendo abbastanza sveglia e razionale [..seppur non sembrerebbe] ho trovato la risposta da sola, eppure leggendo poco fa un articolo estremamente chiaro, che elencava in modo semplice i vari “perché” e tutte le dinamiche – che purtroppo conosco fin troppo bene – mi si sono stretti per un istante i polmoni, spingendomi a trattenere il respiro.

Ecco perché lo copio/incollo, perché è giusto che quell’articolo stia tra queste pagine, per il passato, presente e temo futuro.

Per rispondere alla domanda “Perché lo fa?” dobbiamo esaminare su cosa si basano i comportamenti di chi maltratta. Ad un primo livello di analisi ci sono gli atteggiamenti, le convinzioni di chi abusa e le sue abitudini – i pensieri che quotidianamente stanno dietro i comportamenti, che abbiamo esaminato. Ad un secondo livello di analisi c’è il processo di apprendimento che trasforma alcuni ragazzi in uomini maltrattanti o, in altri termini, il modo in cui i determinati valori si trasmettono, che è l’argomento del capitolo 13.

C’è anche un terzo livello, che è raramente menzionato nelle discussioni intorno alla violenza domestica, ma che in realtà è una delle dinamiche più importanti: i benefici che un aggressore ottiene, benefici che rendono quel comportamento desiderabile per lui. In che modo è gratificante la violenza? Da cosa questo modello distruttivo trae un rinforzo?

Si consideri il seguente scenario: mamma, papà e i loro figli stanno cenando. Il papà è nervoso e irritabile, critica tutti durante il pasto, diffondendo tensione intorno come fosse elettricità. Quando finisce di mangiare, si alza da tavola bruscamente e si appresta ad uscire dalla stanza. La figlia di 10 anni dice: “Papà, dove stai andando? E’ il tuo turno di lavare i piatti.” A queste parole, il papà esplode, urlando: “Tu stronzetta, non osare dirmi cosa fare! In faccia te li tiro i piatti!” Afferra un piatto dal tavolo, finge di lanciarlo contro di lei, poi si allontana e lo getta con violenza sul pavimento. Ribalta una sedia ed esce dalla stanza. La mamma e bambini sono terrorizzati; la figlia scoppia in lacrime. Il papà riappare sulla soglia e urla che avrebbe dovuto stare zitta, così lei tenta di soffocare le lacrime, senza riuscirci. Senza toccare nessuno, papà ha scioccato e provocato dolore all’intera famiglia.

La settimana successiva, stessa famiglia. La cena si svolge abbastanza normalmente, senza la tensione della settimana precedente, e di nuovo il papà si alza appena finisce di mangiare. Un membro della famiglia gli ricorderà che è il suo turno di lavare i piatti? Ovviamente no. Passeranno molti mesi prima che qualcuno faccia nuovamente lo stesso errore. Li laveranno loro, magari litigheranno su chi deve farlo, scaricando l’uno sull’altro la frustrazione causata dalla mancanza di impegno del papà. Il comportamento spaventoso di papà ha creato un contesto in cui egli non dovrà lavare i piatti se non ne ha voglia, e nessuno avrà il coraggio di richiamarlo ai suoi doveri.

Ogni abuso comporta un vantaggio al maltrattante, proprio come in questo esempio. Nel corso del tempo, l’uomo acquisisce una collezione di comfort e privilegi. Ecco alcuni dei motivi per cui potrebbe essere così determinato a non fermarsi:

1. La soddisfazione intrinseca fornita dal potere e dal controllo

L’uomo maltrattante guadagna potere attraverso i suoi comportamenti coercitivi e intimidatori  – una sensazione potente. Chi detiene il potere si sente importante e vigoroso e prova un momentaneo sollievo dalle normali angosce della vita. Non è il dolore della donna che gli piace; la maggior parte dei maltrattanti non è sadica. In realtà, spesso l’uomo maltrattante deve fare uno sforzo per proteggersi dalla propria naturale empatia verso la partner. Il sentimento che lo governa è il piacere che prova ad ottenere potere.

Eppure la corsa inebriante al potere è solo l’inizio. Se fosse l’unico beneficio che si trae dal maltrattare il proprio partner, sarebbe molto più facile per me per indurre i miei pazienti a cambiare.

2. Ottenere ciò che vuole, soprattutto quando si tratta di cose che contano per lui

Una relazione comporta una serie infinita di trattative per trovare un compromesso che bilanci le esigenze, i desideri e i gusti di due persone diverse. Molti dei compromessi sono questioni di enorme importanza per la vita emotiva di ciascun partner, come ad esempio:

– Trascorreremo il Natale con i miei parenti, il che mi rende felice, o con i tuoi parenti, che mi danno sui nervi e sono così diversi da me?

– Stasera ceniamo al mio ristorante preferito, o in un luogo che non sopporto nel quale i bambini vanno si di giri e mi irritano?

– Vado da solo alla mia festa nel mio ufficio, cosa che mi fa stare male, o hai intenzione di venire con me, anche se preferiresti trascorrere la serata a fare qualsiasi altra cosa pur di non venire?

È importante non sottovalutare l’impatto che mediare per risolvere situazioni di questo genere ha sulla vita di coppia, giorno dopo giorno. La felicità in un rapporto dipende molto dalla capacità di ottenere che i bisogni individuali vengano ascoltati e presi in seria considerazione. Se queste decisioni sono prese con un partner violento, l’altro subirà delusioni e delusioni, dovrà sopportare il sacrificio costante delle proprie esigenze. Il maltrattante, invece, godrà il lusso di un rapporto in cui raramente deve scendere a compromessi, otterrà sempre ciò che vuole in cambio di nulla. Il maltrattante mostra la sua generosità quando la posta in gioco è bassa, e solo perché così gli amici potranno vedere che bravo ragazzo che è.

Il maltrattante ottiene tutti i vantaggi di essere in una relazione senza i sacrifici che normalmente questo comporta. E questo è uno stile di vita piuttosto privilegiato.

3. Qualcun altro si accolla i suoi problemi

Avete mai sofferto una terribile delusione o una perdita dolorosa e per questo avete cercato qualcuno da incolpare? Per esempio, siete mai stati brutali con il commesso di un negozio perché eravate usciti sconvolti dal lavoro? La maggior parte delle persone prova l’impulso di scaricare i suoi sentimenti negativi sugli altri, anche se non c’entrano niente, perché è un modo per alleviare – temporaneamente – la tristezza o la frustrazione. Certi giorni dobbiamo stare attenti a non aggredire il prima che passa.

L’uomo maltrattante non sta attento, invece. Piuttosto si considera nel pieno diritto di usare la sua partner come una sorta di discarica umana dove può riversare tutto il dolore e  le frustrazioni che la vita gli procura. Lei è un obiettivo sempre a disposizione, al quale è facile dare la colpa – in quanto partner è perfetto – e lei non lo può impedire, perché se ci prova otterrà un trattamento ancora peggiore. La scusa dell’uomo maltrattante, dopo che ha scaricato tutte le sue angustie su di lei, è che la vita è particolarmente dolorosa – una razionalizzazione inaccettabile anche se fosse vera, e generalmente non lo è.

4. Manodopera gratuita e tempo libero per lui

Nessun uomo violento fa la sua parte di lavoro in un rapporto. Approfitta del duro lavoro della compagna in casa: pulire, lavare, cucinare, curarsi dei bambini e gestire la miriade di dettagli della quotidianità. Oppure, se è uno di quei pochi maltrattanti che contribuisce materialmente alla vita familiare, sfrutta la partner emotivamente, richiedendo costantemente attenzione, cura e supporto, e restituendo ben poco.

Questo lavoro che lei svolge senza alcun riconoscimento significa tempo libero per lui. Tutto il tempo che lui spende a parlare di sé lo solleva dall’onere di ascoltare a sua volta. I lunghi giorni del fine settimana, quando lei si prende cura dei bambini, gli danno la possibilità di guardare lo sport in TV, di dedicarsi alle arrampicate su roccia, o di scrivere il suo romanzo. I miei pazienti non sembrano notare che qualcun altro svolge un mucchio di lavoro; le cose vengono fatte, come per magia, e quando descrivono le partner, le definiscono “pigre”. Eppure, a un livello più profondo, il maltrattante si rende conto di quanto duramente lavora la sua partner, perché è disposto a combattere con le unghie e con i denti per non condividere tutti quegli impegni. E’ così abituato al lusso di non far niente che parla spesso della sua stanchezza, esagerando, per giustificare la sua interpretazione della realtà.

Gli studi in merito hanno dimostrato che nella coppia le responsabilità domestiche non sono equamente condivise. Tuttavia, una donna il cui partner non è maltrattante almeno ha la possibilità sottolineare il maggiore carico di lavoro che svolge per insistere sul fatto che l’uomo si faccia carico della sua parte. Con un uomo violento una simile affermazione viene ignorata, o peggio, la donna finisce con lo scontarla.

Il maltrattante va e viene come gli pare, si assume o ignora le responsabilità a suo capriccio, ed evita tutto quello che trova troppo sgradevole. In effetti, alcuni maltrattanti sono raramente in casa e a tutti la casa serve solo come base per il rifornimento periodico.

5. Essere al centro dell’attenzione, con priorità data alle sue esigenze

Quando una donna è maltrattata, chi riempie i suoi pensieri? Lui, il maltrattante, naturalmente. Medita continuamente su come rabbonirlo in modo che non esploderà, su come apparire migliore ai suoi occhi, su come sollevare delicatamente una questione importante con lui. Le rimane poco spazio per pensare alla sua vita, che si modella sul maltrattante; lui vuole che lei pensi a lui. Il maltrattante ottiene il pieno soddisfacimento dei suoi bisogni fisici, emotivi e sessuali. E se la coppia ha figli, l’intera famiglia si sforza di migliorare il suo buon umore e risolvere i suoi problemi, nella speranza che questo gli impedisca di farli a pezzi. Costantemente al centro dell’attenzione e sempre in grado di ottenere ciò che vuole, il maltrattante ha la garanzia che i suoi bisogni emotivi vengano soddisfatti alle sue condizioni – un lusso al quale è restio a separarsi.

6. Controllo finanziario

Il denaro è una delle principali cause di tensione nei rapporti moderni, almeno nelle famiglie con bambini. Le scelte che riguardano il denaro hanno enormi implicazioni sulla qualità della vita, ad esempio: chi fa gli acquisti più importanti per lui o lei; che genere di investimenti si fanno per il futuro, compreso il problema della pensione; quanto e come investire per il tempo libero e i viaggi; chi va a lavorare; chi non va a lavorare e chi no, e come soddisfare le esigenze dei bambini. Non avere voce in capitolo quando si tratta di queste decisioni è una negazione monumentale dei diritti dell’individuo e ha implicazioni a lungo termine. Il maltrattante che prende da solo questo tipo di decisioni importanti estorce enormi benefici per se stesso, nel caso che la famiglia sia a basso reddito come nel caso sia ricca. Una delle tattiche più comuni che sento a questo proposito, per esempio, è che il maltrattante riesce a intrallazzare in modo da cointestare o intestarsi le proprietà della partner – la sua auto o la sua casa. Ho avuto pazienti il cui abusi erano quasi interamente di tipo econimico, gente che è riuscita a sottrarre molte migliaia di dollari ai partner, apertamente o ingannando.

La violenza economica è mirata a fare in modo che nel caso la relazione finisse, il maltrattante si troverebbe in una situazione migliore della partner. Questo squilibrio rende più difficile per lei il lasciarlo, soprattutto se deve trovare un modo per mantenere i suoi figli. Il maltrattante può anche minacciare di usare il suo vantaggio economico per assumere un buon avvocato e richiedere la custodia dei figli, che è la prospettiva più terrificante per una donna abusata.

7. La sua carriera, la sua istruzione o altri obiettivi sono la priorità

Strettamente intrecciata al controllo economico è la questione della priorità degli obiettivi personali. Se il maltrattante ha bisogno di rimanere fuori la sera per studiare per un diploma che gli consentirà di migliorare la sua situazione lavorativa, lo farà. Se un’opportunità di carriera per lui comporta lo spostamento in un altro stato, è probabile che ignorerà l’impatto che la sua decisione può avere sulla partner. Lei può perseguire i suoi personali obiettivi solo se non interferiscono con quelli del maltrattante.

8. Ottenere lo status di partner e/o padre senza sacrifici

Grazie alla sua capacità di piacere alla gente e all’energia vitale che sfodera quando è sotto gli occhi di tutti, l’uomo violento è spesso visto come un partner insolitamente divertente e amorevole, e un papà dolce e impegnato. Si gode i sorrisi e l’apprezzamento che riceve da parenti, vicini, e tutti coloro che non sono a conoscenza del suo comportamento in privato.

9. L’approvazione dei suoi amici e parenti

Un maltrattante è portato a scegliere amici che condividono i suoi atteggiamenti. Potrebbe provenire da una famiglia abusante; suo padre o il suo patrigno potrebbero essere stati il suo modello di riferimento dal quale ha imparato a trattare le donne. In un contesto sociale del genere, ottiene approvazione ogni volta che dimostra di saper controllare la sua partner, ogni volta che la “rimette al suo posto” e ridicolizza le sue lamentele su di lui. I suoi amici e parenti possono anche allearsi con lui sulla base della comune visione delle donne in generale, pregiudizi come “le donne sono irrazionali, vendicative, o avare”. Per questo l’uomo che rinuncia a maltrattare, deve anche rinunciare alla sua squadra di cheerleaders.

10. Due pesi e due misure

Un uomo violento impone, sottilmente o apertamente, un sistema nel quale lui è esente dal rispettare le regole che applica agli altri. Lui può permettersi di avere relazioni occasionali, “perché gli uomini hanno le loro esigenze”, ma appena lei posa lo sguardo su un altro uomo è una “puttana”. Lui può urlare nel corso delle discussioni, ma se lei alza la voce, allora è un’ “isterica”. Lui può prendere i figli per un orecchio, ma se lei afferra il figlio e lo mette in castigo perché magari l’ha colpita, è una “madre abusante”. Lui è libero di gestire i suoi impegni, mentre lei deve rendere conto ogni momento di ciò che fa. Lui può rimarcare le colpe di lei, ma è al di sopra di ogni critica, e non deve mai confrontarsi con le conseguenza delle sue azioni egoistiche e distruttive. L’uomo maltrattante ha il privilegio di vivere secondo una speciale serie di criteri che sono stati progettati solo per lui.

Rileggete rapidamente questa impressionante collezione di privilegi. C’è da meravigliarsi che gli uomini violenti siano riluttanti a cambiare? I vantaggi che si ottengono per mezzo della violenza sono un grande segreto, raramente menzionato nella nostra società. Perché? Soprattutto perché i maltrattanti sono specialisti nel distrarre la nostra attenzione. Essi non vogliono che si noti quanto questo sistema funzioni bene per loro (e di solito non hanno nemmeno voglia di ammetterlo con se stessi). Se li prendiamo in carico, dobbiamo smettere di sentirci dispiaciuti per loro e iniziare invece a ritenerli responsabili delle loro azioni. Finché continueremo a vedere i maltrattanti come vittime o come mostri fuori controllo, essi continueranno a rovinare delle vite. Se vogliamo cambiare gli uomini maltrattanti, dovremo imporre loro di rinunciare ai privilegi che ottengono sfruttando gli altri.

Quando vi sentite ferite o confuse dopo uno scontro con il vostro partner maltrattante, chiedetevi: che cosa stava cercando di ottenere con quello che ha appena fatto? Qual è il vantaggio per lui? Porsi questo genere di domande può aiutare a chiarire le dinamiche e comprendere le sue tattiche.

Certamente l’uomo maltrattante perde anche qualcosa a causa del suo agire violento. Perde la possibilità di vivere un vero rapporto intimo con la sua partner, ad esempio, e la sua capacità di provare compassione ed empatia. Ma spesso queste non sono cose alle quali lui dà un qualche valore, quindi non è in grado di sentirne la mancanza. E anche se volesse una maggiore intimità, quel desiderio è superato dal suo attaccamento ai benefici che gli derivano dagli abusi che perpetra.

Fonte Il Ricciocorno Schiattoso

Un’altra..

Tutte intorno a me stanno figliando, aiuto, credo di essere l’unica oramai della mia età – tra le mie conoscenti e ex-compagne di classe – a non avere figli, non essere incinta, non essere sposata e non aver alcun/a progetto/intenzione in merito per il futuro [pur non essendo single da 5 anni].

Sta diventando sempre più inquietante, mi sento sempre più sola, sempre più strana, direi quasi “sbagliata/inutile”.

Il Potere del pensiero collettivo e delle convenzioni sociali.

I’m Back

Dopo vari ripensamenti, problemi, blocchi improvvisi e quant’altro, rieccomi qui, pronta a iniziare una nuova avventura decisamente più “leggera”, genuina e spero senza stress.

Perché? Perché ho deciso di fregarmene: scrivendo non faccio del male a nessuno, quindi voglio sentirmi libera di fare quello che sento, dopotutto non c’è il mio nome e cognome [non più almeno], quindi non sono tenuta a tenere un “comportamento professionale”, non rappresentando assolutamente niente e nessuno professionalmente, sarebbe anche inutile farlo, inutile e lesivo, infatti quando avevo provato a rendere questo luogo “ufficiale” non solo non riuscivo più a scrivere nulla, non trovandoci alcuna utilità, ma mi sentivo anche fortemente a disagio.

Questo è uno spazio che conoscono in molti? Ni.
Nella vita reale no, mentre virtualmente non ne ho la più pallida idea e comunque non mi cambia la vita, proprio perché questo è un blog personale senza alcuna pretesa, scrivo di me, di quello che mi va, che faccio, non faccio, con i soliti immancabili sfoghi, ma dopotutto chi non li ha? Chi ha una vita talmente perfetta da essere felice 24 ore su 24, senza un problema, senza un pensiero, chi mai va d’accordo con tutti, sempre e comunque?
Io no, per niente.
Ho il mio carattere, le mie idee e generalmente non mi faccio problemi ad espormi se non concordo con qualcosa/qualcuno, il problema subentra quando mi è palese di non essere ascoltata o peggio ancora quando mi sento assolutamente impotente, da qui nascono o possono nascere i vari sfoghi, perché francamente: quando ci vuole, ci vuole!
E se ne fate parte – prima di disquisire a sproposito sulla ragione o il torto – potenevi qualche domanda in merito: sulla situazione vissuta, sul mio stato d’animo nel momento dello scritto, sull’evoluzione successiva, sulla causa, sul MIO punto di vista, perché essendo il mio blog personale è ovvio che scrivo in modo esclusivamente soggettivo, volendo anche egoistico, sarebbe assurdo e insensato il contrario; posso comunque assicurare che i miei sfoghi hanno sempre basi reali, scaturiti generalmente da un accumulo con “esplosione finale”, nel bene e nel male.

Sono umana e provo sentimenti/pensieri umani, positivi e fortemente negativi, nè più, nè meno, non sono una macchina, quindi non posso essere sempre assolutamente impostata, non posso e non voglio neppure.
Ci ho provato, finendo sempre per sentirmi un automa, tra l’altro noiosissimo, che non mi apportava assolutamente nulla, infatti poi puntualmente smettevo di scrivere.
Dopotutto non è possibile essere solo monotematici o super-professionali, affrontando sempre e solo argomenti seri, senza frivolezze, senza leggerezza pura, senza pensieri poco intellettuali, nella vita nessuno è sempre così [si spera, altrimenti nevrosi a gogo].

È vero, essere genuini, forse un po’ ingenui, sinceri e aperti, in una parola UMANI, riportando i propri pensieri a 360° può essere mal visto, mal interpretato, mal giudicato, però non è un problema mio: se una o più persone decidono di fermarsi a giudicare in toto un altro essere umano – in questo caso io – leggendo qualche post e decretando che in loro è obbligatoriamente contenuto il suo intero essere, la sua totale vita e il modo di pensare, probabilmente io per prima non ho alcun interesse ad avere a che fare con soggetti così sciocchi, superficiali e dal giudizio facile [che poi giudicare – nell’altrui vita privata – con quale diritto?].

Scrivere così non è più di moda, me ne rendo conto, proprio perché molti si sentono bloccati dalla possibilità di essere letti da occhi giudicanti appartenenti alla vita reale, incorrendo poi in brutte conseguenze, ma quest’ultime dovrebbero avvenire solo in caso di diffamazione gratuita, non certo per la propria vita privata, per le proprie LECITE delusioni più scazzi vari o per pensieri, punti di vista e posizioni intellettuali palesemente già espresse.
D’altronde i miei sguarniti hobby non comprendono certo il massacro a random di bambini, animali, miniponi e quant’altro, non sono così interessante

E poi c’è la cosa più importante di tutte: io mi piaccio molto di più quando sono semplicemente me stessa, quando non cerco impostazioni professionali e quando non mi impongo censure totali, rendendo tutto asettico e impersonale.
Non per niente gli unici pochi post che dopo anni trovo tutt’ora interessanti, sono proprio quelli a cuore e mente aperta, con sfoghi, pensieri superficiali o seriosi e racconti genuini, senza troppi freni, senza troppe paure.
Quelli sono gli unici post in cui mi ritrovo, in cui mi sento e mi riconosco, gli unici che a distanza di anni mi abbiano lasciato qualcosa e non voglio rinunciarci,… come non voglio rinunciare a questo dominio, oramai è mio ;)

Quindi fatevene una ragione, sono qui e non mi vergogno di niente, perché non ho alcun motivo per farlo, anzi, io me ne devo fare una ragione, perché sicuramente prima o poi tornerò nuovamente a pensare di dover chiudere tutto, troppo spaventata dall’eventuale opinione esterna [e “uso improprio”], quando se tutti ci facessimo i fatti nostri, guardando/giudicando prima di tutto noi stessi, questo problema non esisterebbe a priori, perché vedremmo anche gli altri come semplici esseri umani, capendoli, accettandoli con le loro forze e le loro debolezze, e non giudicandoli/condannandoli come macchine o come esseri astratti.

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